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Oratorio di Calasca Dentro

immagine ingrandita L'ancona dell'altare nell'Oratorio di Vigino (apre in nuova finestra) Sembra che la frazione di Vigino, un tempo tanto viva e popolosa, non esistesse prima del '300. I primi abitanti provennero dalla località opposta chiamata Lagoncé, o Lagoncello, centro piuttosto fiorente all'epoca.
Di qui infatti passava il sentiero maestro che collegava Pietrasanta (attuale Pieve Vergonte) a Macugnaga e di qui anche i morti di tutta valle, compresi quelli di Macugnaga, venivano trasportati fino alla chiesa matrice, Pietrasanta. (Vedi capitolo sulla strada della Valle Anzasca).
Successivamente anche a Lagoncé sorse un piccolo cimitero con una cappelletta religiosa. A partire dal secolo XIV, poco alla volta gli abitanti di Lagoncello si trasferirono a Vigino, in zona più soleggiata.
- Solitamente nelle vallate alpine le prime terre abitate non furono i luoghi pianeggianti del fondovalle, spesso ancora coperti da paludi, ma le dorsali montane più solatie e produttive di mezza costa. Queste offrivano pascoli più adatti, soprattutto per capre e pecore, e punti strategici di avvistamento, quindi una difesa più sicura contro le frequenti incursioni dei predatori.
Così agli albori dei rispettivi paesi troviamo come primi insediamenti alpestri Lagoncé, Lavello e Drocala (tutti e tre dotati di un minuscolo cimitero proprio).
Una priorità simile deve essere toccata anche a Pianezzo e Soi (rispetto a Bannio), Cimamulera (su Piedimulera), Genestredo (su Vogogna), Colloro e Capraga (su Premosello Ch.), Tappia (su Villa)... -
immagine ingrandita Antico affresco murale nella sacrestia di Vigino (apre in nuova finestra) Il nome di Vigino pare che derivi dai suoi primi "terrieri" venuti da vicino, in contrapposizione con altri giunti da più lontano. Diverse sono le dizioni nei documenti più antichi: Vezin, Vizin, Veggino, Vigino.
In una piazzetta al centro di questo primo nucleo abitato, accanto ad un colossale albero di noce, verso il '400 sorse una cappelletta votiva chiamata di S. Maria.
Qui avvenivano le "universitates", ossia le adunanze pubbliche dei capofamiglia, chiamate anche "conventus" o "tumultus" per le deliberazioni comuni più importanti del cantone sotto la direzione di un console.
Qui si discuteva anche degli affari con i "vicini", ossia con i convalligiani nelle"università dei consoli e degli uomini tutti". Era il municipio di Vigino.
Questo comune si mantenne indipendente fino al 1521 quando si unì a quello di Calasca con istrumento datato 2 giugno. Continuò tuttavia ad avere un console proprio che fino all'800 conservò il titolo di "console di Lagoncé", tanto doveva essere grande l'influsso esercitato dalla sua comunità originaria.
Come a Vigino, anche ad Antrogna le riunioni pubbliche si svolgevano presso la cappella di S. Rocco, al Pasqué; similmente a Calasca Dentro presso l'analoga cappella di S. Maria; mentre a Barzona presso un'altra cappella di S. Rocco (santo molto invocato dagli appestati e dagli ammalati in genere) e sempre all'ombra di un imponente albero.
Già dal '500 gli abitanti di Vigino coltivarono l'idea sempre più ferma e risoluta di trasformare la cappella di S. Maria in oratorio.
Cera molta devozione verso il suo dipinto sacro, dove si racconta fossero avvenuti anche dei prodigi. Ogni sabato appendevano una lanterna ad olio, accesa, alla poderosa pianta di noce e si raccoglievano davanti alla vicina e ombreggiata cappella per la recita del Rosario.
Nel 1616 con i proventi di una sottoscrizione trasformarono l'edicola in un piccolo oratorio, mentre negli anni 1633 e '34 venne costruito lo stupendo altare ligneo (l'attuale) di stile barocco, ricco di statue, con il gruppo scultoreo centrale della Natività della B.V. Maria.
Il registro di cassa del 1633 riporta una spesa fatta "al indoratore di Omegna", mentre nell'anno successivo si spesero lire 2 "per fare comodare l'anchona" e lire 1:7:94 per proteggere la suddetta ancona con un drappo di tela. In seguito, nel 1772, per maggiore protezione verranno aggiunti anche i vetri "per l'incona dell'Altare".
Il soffitto, in semplici tavole di legno e travi a vista, venne sostituito da una volta in muratura nel 1640, grazie a una seconda sottoscrizione.
L'anno dopo fu acquistato un "frontalle bianco di damascho", mentre nel 1648 il curato G. Albasini fece aggiungere "un campanile piccolo sopra la porta d'esso Oratorio, con una campana sopra di sei rubbi in circa".
Più cresceva la popolazione e più aumentava il desiderio di fondare una cappellania con beneficio proprio.
Fu così che il 10 agosto 1764 gli uomini "del cantone" avviarono una terza sottoscrizione, grazie alla quale riuscirono finalmente a tradurre in realtà il loro sogno: con tanto di istrumento del notaio Giuseppe Maria Gorini di Vanzone fu istituito il beneficio della cappellania, acquistando una masseria a Villadossola che fu conservata per circa un secolo.
Nella congregazione dei parroci di Calasca, Bannio e Anzino avvenuta il 18 aprile 1774 si stabilì che la messa a Vigino dovesse essere celebrata al mattino presto, all'aurora, sia nei giorni feriali che in quelli festivi, perché i frazionisti potessero partecipare anche alle funzioni religiose della comunità presso la chiesa parrocchiale, secondo le direttive del Concilio di Trento (1545 - 1563).
Continue furono le collette e lasciti vari per mantenere il cappellano - il quale doveva anche fare scuola ai ragazzi di Vigino dalla festa dei Santi a Pasqua - e per potere ampliare e abbellire l'oratorio da parte dei "terrazzani" già poveri e costretti ad emigrare per lavoro. Tra il 1772 e il 1780 furono aggiunte anche l'acquasantiera in marmo (lire 3), la cantoria in legno con la sua scala di accesso in pietra e la sacrestia.
I lavori vennero eseguiti da Silvestro Poletti (l'impresario che costruirà anche la nuova chiesa parrocchiale).
A lui furono date una prima volta lire 562 per 280 giornate di lavoro e una seconda volta lire 60.
Tra le spese sostenute in quegli anni troviamo: lire 30 "per ascie e mastri per la cantoria" (tavole di legno e muratori); lire 177:18 agli scalpellini per la scala; lire 28 a Matteo del Grosso per 28 giornate da muratore; lire 75 per 37 giornate e mezza da muratore per la sacrestia; lire 29:5 per 13 giornate da scalpellino sempre per la sacrestia; lire 3:5 per "due penelli per dare il bianco"; lire 128 a Giacomo Rainelli per "gittare e condotta" della campana (fusione e trasporto); lire 8.10 per "lavare l'orologgio"...
Mercoledì 22 marzo 1780 il parroco di Calasca e vicario di Valle Bartolomeo Tojetti inaugurò i lavori con una solenne benedizione dell'oratorio.


Tratto da: Tratto da:
"Calasca e Spigolature di Valle"
A cura di Andrea Primatesta, Arciprete di Calasca - 15 Luglio 2005
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